Come funziona Vivino e la storia del cavatappi

Le app dedicate al vino sono sempre più numerose, quindi vediamo come funziona Vivino, di certo la più famosa (e la più redditizia).

Cosa è Vivino

I numeri sono di tutto rispetto: 50 milioni di utenti in tutto il mondo, 1 miliardo e mezzo di etichette scansionate nel suo database di 13 milioni di bottiglie suddivise in oltre 230.000 aziende vinicole; ormai Vivino è diventato il riferimento per chiunque voglia pensare di fare una applicazione per il vino. I 700.000 download in un mese e i 7,9 milioni di visite sul sito completano i dati che danno la misura di Vivino.

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L’idea nasce nel 2009 da due danesi, Heini ZachariassenTheis Sondergaard, ed è sbarcata sull’Apple Store nel 2011 e successivamente su Google Play. Il supporto per Windows Mobile è stato interrotto quest’anno.

Entrambi i fondatori, per loro stessa ammissione non conoscevano nulla di vino. Proprio questa loro mancanza di conoscenza è stata la chiave del successo di Vivino, dice in una vecchia intervista Zachariassen a Forbes, ossia una app per persone normali.

Il nostro utente tipico probabilmente non ha una cantina personale, possiede qualche bottiglia di vino nella credenza della cucina e non è molto interessato a sapere se un vino sia ‘terroso’ o ‘acido’, ma vuole semplicemente ricordarsene per la prossima volta, e magari dare una votazione alla bottiglia.

Continua il vice presidente Torben Mottes sottolineando una cosa importante, e cioè che il 75% dei vini non viene mai preso in considerazione dagli esperti; questo lascia gli utenti con scarse informazioni sul vino che bevono tutti i giorni.

Come funziona Vivino

Quando un utente fotografa una bottiglia, l’immagine viene inviata ai server di Vivino che la confrontano con quelle contenute nei propri database. Contemporaneamente un OCR, il software di riconoscimento ottico, legge le etichette e classifica il vino nella foto, per cantina, annata, vitigno, zona di produzione. Il riconoscimento, grazie anche all’aumento di record nel database e quindi dei termini di confronto, è aumentato dal 15% iniziale al 95% odierno.

elance-2I partner tecnologici sono tre: Qualcomm, che fornisce il software Vuforia di riconoscimento delle immagini, ABBYY per il software OCR di riconoscimento del testo scritto, e Dropbox per la parte infrastrutturale e di management. Questo ci dà un’idea di come funziona Vivino, dove iI software di gestione dei dati utilizza le informazioni sugli utenti, come età, sesso e provenienza geografica; questo fornisce le indicazioni di ricerca per la corrispondenza con i gusti (in media) degli utenti.

Dipendenti diretti di Vivino sono solo 40, più altri freelance indiani e dell’Europa dell’Est, che si occupano dello sviluppo, gestiti da Elance, una delle più grandi società per i servizi di outsourcing. Un’altra novità nel panorama delle app di riconoscimento del vino è stata utilizzare una società indiana per la gestione dei non riconosciuti, 50 persone che inseriscono manualmente le circa 25.000 immagini al giorno che vengono scartate dai sistemi di riconoscimento automatico. Quando questo accade, l’utente riceve un avviso via email che il vino inserito deve essere valutato, e nell’arco di qualche decina di minuti potrà vedere nel database anche quella bottiglia sconosciuta. Una cosa che fino ad ora le altre applicazioni dedicate al vino non avevano pensato.

Storia della startup

Ma se sapere come funziona Vivino è interessante, anche avere recensioni da parte di utenti non esperti è importante. In fin dei conti, la valutazione da 1 a 5 stelle un modo immediato di capire il gradimento da parte degli altri appartenenti alla community, e le indicazioni sui punti dove poter acquistare quella bottiglia sono utili indicazioni oltre che una fonte di revenue per l’applicazione, che può contare su un insieme di oltre 11.000 venditori (tra supermercati, ristoranti ed e-commerce) che oltre all’affiliazione pagano 0.35€ per-click sul proprio negozio sponsorizzato su Vivino. Oltre ad aver inventato una tecnologia, Vivino ha anche creato un nuovo modello di business.

Abbiamo dovuto trovare la soluzione ad un classico dilemma Comma-22. Sapevamo che non eravamo in grado di riconoscere i vini senza averne le foto, e d’altra parte non potevamo avere foto senza gli utenti, così dovemmo uscire con un prodotto semi-funzionante almeno per iniziare. (dall’articolo di Theis Sondergaard su BeYourself)

L’inizio non è stato semplice, visto che la parte più importante del sistema, ossia il suo database, era desolatamente vuoto. Ecco allora che si trova la soluzione per iniziare una vera e propria disruption del vino, come scrivevo in questo post.

Il primo partner è stata la catena di supermercati Marsh, presente nell’Ohio e nell’Indiana, e l’accordo commerciale iniziale fu uno scambio di dati e non di denaro. 

Marsh dava a Vivino la possibilità di fotografare i propri vini sugli scaffali ed in cambio aveva un punto privilegiato per fare pubblicità.

Zachariassen e Sondergaard iniziarono così con un elenco di 5000 vini; il database però si popola con le foto delle bottiglie inviate dagli utenti, quindi il problema era: come invogliarli ad inviare le proprie foto?

Il lampo di genio fu di regalare un cavatappi Laguiole a quegli utenti che inviavano più fotografie: in poco tempo l’elenco passò da 5000 a 50.000 bottiglie.

Questa è una cosa da imparare, in particolare sul web: l’utente vuole essere coinvolto, ma per farlo ha bisogno di un piccolo incentivo, che può essere una gara, come per un gioco online, o un gadget come una foto nella ‘Hall of Fame’ del sito, una menzione in un podcast o, appunto, un cavatappi. Semplice, no?

Il modello di business

Attualmente la società dei due danesi ha i propri guadagni dai pay-per-click e dagli accordi con supermercati e ristoranti per inserire i loro vini ed il loro nome nel database. Nel 2013 l’azienda ha ricevuto 10.3 milioni di $ dal fondo danese SEED Capital; nel 2018 ha avuto un totale di 27,5 M$ di finanziamenti.

Per capire come funziona Vivino e la sua strategia, basti pensare che sono stati i primi ad inserire la geolocalizzazione del cliente e l’indirizzo del punto vendita più vicino. Dove naturalmente si troverà certamente il vino cercato. Tra gli investitori di questa seconda trance c’è anche il CEO di Moet Hennessey, Christophe Navarre.

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