Private Equity nei gruppi vinicoli italiani

Negli ultimi tempi, con l’introduzione di capitali di private equity nei gruppi vinicoli, abbiamo visto un inizio di rivoluzione. All’interno della proprietà entrano investitori esterni che guardano all’azienda vinicola come una qualunque altra impresa, e quindi un soggetto che deve crescere. Questo vuol dire anche che si innesta nel mondo del vino italiano un meccanismo nuovo, che potrebbe portare a sviluppi positivi in termini di crescita e soprattutto di strategie comuni.

Nuovi capitali in cantina

L’ingresso di capitali di private equity nel mercato USA è una cosa normale, le aziende vinicole sono dopotutto imprese finanziarie e quindi sottostanno alle regole del mercato. La crescita di un’azienda dipende dal reperimento di capitali, perché senza di essi difficilmente si riescono a realizzare i progetti. Serve una forte propensione all’export, ed infatti le più grandi operazioni finanziarie coinvolgono aziende vinicole che hanno tra l’80% ed il 90% di ricavi prodotti nei mercati internazionali. Probabilmente non a tutti gli estimatori del vino piace quanto accade in ambito di spostamenti finanziari. È la solita dicotomia fra le grandi aziende e quelle medio-piccole, con le prime orientate alla quantità e le seconde a cercare di restare ancorati alle proprie tradizioni.

Entrambe le filosofie sono ovviamente valide, ed anche la somma di tutte le piccole aziende non avrebbe la capacità d’urto di una sola di quelle più grandi. Naturalmente anche il settore tecnologico del vino sta ricevendo molti finanziamenti; la Wine tech attira capitali, come potete leggere nel post dove vi elenco le prime 7 startup Wine tech per finanziamenti.

Di certo sono le piccole aziende quelle a forte vocazione turistica, soprattutto per i visitatori stranieri che sono alla ricerca di esperienze più naturali e vicine alla vita quotidiana delle campagne italiane. Al contrario, i grandi gruppi sono gli ambasciatori del vino italiano nei mercati esteri. In questo post vediamo alcune delle ultime operazioni finanziarie, sia per l’investimento che per le fusioni.

Antinori acquista Jermann – marzo 2021

Sono entrambe aziende familiari, ma non certo a conduzione familiare. Il gruppo Antinori ha chiuso il 2020 con 178 M€ di ricavi, Jermann con 15 M€. L’azienda friulana ha una produzione di 900.000 bottiglie/anno e 160 ettari vitati; il vino più famoso è il Vintage Tunina, prodotto dal 1975. L’azienda toscana ha una produzione di 20.000.000 bottiglie/anno e 1400 ettari suddivisi tra Toscana, Umbria, Puglia e Lombardia. Nel resto del mondo possiede aziende in Napa Valley, in Cile, in Ungheria. Numerosi i vini più famosi di Antinori, tra tutti il Tignanello e il Guado al Tasso.

Benetton entra nel capitale di Zonin – Dicembre 2018

21 Invest è un gruppo europeo di investimenti fondato da Alessandro Benetton che a dicembre 2018 è entrato con 65 M€ nella proprietà di Zonin1821, pari al 36% del capitale totale. Oltre l’85% del fatturato proviene dall’export. La produzione dei 23.000.000 di bottiglie/anno è dovuta ai circa 2000 ettari di vigneto quasi in tutta Italia: Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia, Sicilia. Altri 90 ettari sono in Virginia, Barboursville Vineyards. È la più grande operazione di Private Equity nei gruppi vinicoli. 

Fondo Clessidra in Botter e Mondodelvino – marzo aprile 2021

Questa è una vera operazione finanziaria da parte del fondo Clessidra Capital Partner 3. Oltre a produrre vini propri, l’azienda della famiglia Botter è tra i maggiori esportatori di vino, ed è fornitore delle maggiori catene distributive. Prosecco, Pinot Grigio e Primitivo sono tra le denominazioni maggiormente lavorate.

Con ricavi nel 2020 di 230 M€, il 6% in più rispetto al 2019, si posiziona fra le 10 aziende vinicole italiane maggiori, con il 97% del fatturato dovuto all’export. Il 22,5% della partecipazione azionaria di Botter era fino ad ora in mano a Idea Taste of Italy, un fondo specializzato nel settore agroalimentare e gestito da DeA Capital, di De Agostini. Il fondo Clessidra a marzo ha acquistato questa quota, diventando così l’azionista di maggioranza. Subito dopo (aprile) il fondo Clessidra CP3 ha acquistato la maggioranza della quota azionaria del gruppo Mondodelvino, di proprietà della famiglia Martini. Come con Botter, anche Martini continuerà a restare all’interno della gestione aziendale, anche se da una posizione di minoranza.

Nel 2020 Mondodelvino ha avuto ricavi per 120 M€, realizzati per circa il 90% con l’export soprattutto in UK, Germania, Russia. Con questa operazione il fondo Clessidra diventa il primo operatore vinicolo italiano, con una somma di ricavi pari a 350 M€.

Il fondo USA Platinum acquista Farnese Vini – Gennaio 2020

La maggioranza di Farnese Vini, sede a Ortona, provincia di Chieti, passa dal fondo RB Reinassance al fondo di private equity Platinum, quartier generale a Los Angeles, una operazione da 180 M€. Ha una produzione di 20.000.000 di bottiglie/anno, per il 96% vendute nel mercato estero, e possiede diversi marchi piuttosto noti. Il fondo Platinum ha molteplici interessi, dalla tecnologia alla logistica, e fino ad ora ha investito in numerose aziende anche in Europa e Asia.

Italian Wine Brands acquisisce Enoitalia – Giugno 2021

Ultima in ordine cronologico, l’operazione fa nascere un vero colosso del vino italiano, con ricavi complessivi nell’ordine dei 400 M€. Qui trovate il comunicato stampa. IWB ha acquistato il 100% delle partecipazioni azionarie, e la famiglia Pizzolo, proprietaria di Enoitalia, tornerà nel capitale con altri 45 M€, pari al 15,9% delle azioni. Nel 2020 Enoitalia ha venduto 110 milioni di bottiglie, di cui l’80% vendute nel mercato estero. Di queste, 40 milioni sono Prosecco. IWB si è quotata in borsa nel 2015 dopo l’acquisizione di Giordano Vini e Provinco.

Il private equity fa bene al vino?

Avere capitali di private equity nei gruppi vinicoli è a mio avviso un fatto positivo, visto che un’azienda ha bisogno di investimenti per crescere, soprattutto se vuole dotarsi di una solida struttura internazionale. Gli investitori esterni fanno proprio questo di mestiere, ossia tendono ad accelerare la normale crescita di una società così da realizzare un buon profitto in tempi ragionevoli. In genere questo comporta un cambiamento nei processi aziendali, e per il vino l’unico modo per aumentare la produzione è aumentare la superficie vitata. Soprattutto viene allargata la rete di conoscenze, le possibilità di altri partner e in generale la società si ritrova con metodi di governance molto più standard nel mercato internazionale.

La qualità del vino prodotto non è in discussione, quel che conta è la capacità di venderlo e di essere presenti nei ristoranti, nelle grandi groceries, nelle sale di degustazione. E visto che il vino raccoglie sempre attorno a se tanti degustatori professionisti, in generale la qualità è sempre tenuta sotto controllo. Stiamo parlando di vini con prezzi medi dai 10 ai 25 €, quindi bottiglie di buona fascia ma non altissima. Ma sono i vini che si vendono di più, naturalmente, e quelli che fanno da ambasciatore del vino italiano all’estero.

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