Nella sostenibilità del vino manca la filiera

Nella sostenibilità del vino manca la filiera

L’articolo di Elisabetta Tosi su The Italian Wine Journal, precisa come sempre, accende una lampadina sul problema della sostenibilità del vino; una lampadina che invece dovrebbe essere un riflettore, e non lo è certo non per sua mancanza. Il post è davvero interessante, perché non svela solo un problema ma mostra anche una (possibile) soluzione.

Tutto parte dalla Sicilia, dove è più alto il numero di produttori di vino biologico; un ottimo risultato per una terra che certo non è seconda a nessuno per la ricchezza naturale delle sue materie prime. Vi invito davvero a leggere il post di Elisabetta, ci sono dentro parole di estremo buon senso e molto pragmatiche.

E però tutto questo non basta, dice lei e le persone che ha intervistato. Ma un inizio di soluzione c’è.

L’ente SOStain è la fondazione, a cui partecipano Assovini Sicilia e il Consorzio di tutela dei vini DOC siciliani, che ha prodotto un disciplinare di sostenibilità. Significa che chi aderisce a questo disciplinare dovrà produrre il proprio vino seguendo dei canoni di rispetto per l’ambiente e per le risorse circostanti. Significa che i produttori siciliani si stanno dando da fare per migliorare la sostenibilità del vino e degli step produttivi.

Studies in Australia and elsewhere have shown that particular problem areas for CO2 emission are in transport and glass packaging, accounting for a whopping 68% of the wine industry’s carbon footprint

Jancisrobinson.com, 12 dicembre 2019

C’i sono utilizzo di tecnologie a basso impatto, materiali eco-compatibili, gestione del vigneto; di quest’ultimo aspetto ne ho parlato già nel blog, ad esempio qui. Un vero e proprio decalogo che mette il viticoltore di fronte all’importanza che il suo lavoro ha nell’ambiente che lo circonda. Non solo a breve raggio locale, ma globale; e qui Elisabetta Tosi utilizza molto bene la famosa frase di Patrick Geddes (1915): pensa globalmente, agisci localmente. E quindi quello che fai vicino casa avrà degli impatti anche a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.

Tra i punti che mi hanno dato lo spunto per questo post c’è il numero 8, quello sul peso delle bottiglie. Una bottiglia di vino pesa in media attorno a 1kg, ma il 40% di questo peso è dovuto al vetro. Sono, mediamente certo, 400 grammi che devono essere trasportati e necessitano energia per essere prodotti.

Packaging sostenibile, ma il trasporto?

Sanno bene, in questi mesi, i produttori di vino la difficoltà nel trovare bottiglie di vetro a prezzi accessibili. Usando bottiglie più leggere e prodotte da vetro riciclato, si migliora l’impatto ambientale, l’impronta carbonica. E così mi sono detto: giusto, ma tutto il resto della filiera?

Se i produttori si danno da fare per diminuire l’impatto ambientale e poi tutti i loro sforzi vengono persi nei passaggi della supply chain, a cosa è servito il loro sforzo? Dove va a finire la sostenibilità del vino, ottenuta con aumento di costo e lavoro dal singolo produttore?

In the Ernst & Young study, the researchers found that using natural cork to seal a bottle of wine captured up to 309g of CO2 (an average bottle of wine has a carbon footprint of up to 1200g).

Pullthecork, 29 giugno 2021

Oggi la filiera che porta il vino sulle tavole dei consumatori è piuttosto frammentata; il camion del trasportatore dalla cantina al porto, o alla ferrovia, o al magazzino del distributore. Da qui altri mezzi di trasporto a volte parecchio inquinanti che fanno aumentare la carbon footprint del vino.

Misurare la carbon footprint del vino

Tappo e bottiglia sono in parte responsabili della carbon footprint, ma sul trasporto il produttore non ha controllo. Qui fare i conti non è per niente semplice, ovviamente, ma è probabilmente la parte che incide di più. Un ettaro di vigna assorbe la stessa quantità di CO2 prodotta da 20.000 bottiglie, che vorrebbe dire 200 q/ha (sto facendo conti molto spannometrici, intendiamoci). Con le basse rese di un vigneto bio (intorno a 70-80 q/ha), il bilancio è estremamente favorevole. Sempre se non consideriamo il trasporto, però.

Vines themselves sequester 2.84 tonnes of carbon dioxide per hectare per year, which is approximately a third of one UK person’s total annual carbon footprint

WineGB, 2020

Nell’articolo di WineGB troviamo che si sta mettendo in piedi una specie di misuratore della carbon footprint; non è probabilmente una cosa molto precisa, ma è un passo avanti. Ed è interessante come l’associazione dei viticoltori del Regno Unito abbia una sezione dedicata alla sostenibilità del vino.

Anche in Italia esiste un sistema di produzione integrata, il SQNPI, a cui le aziende agricole e vitivinicole possono aderire. Dopo un percorso di verifiche, si ottiene la certificazione; lo ha fatto ad esempio Guado al Melo, a Bolgheri. Ma certo, come dice Alberto Tasca nel post di Elisabetta Tosi, ogni regione, ogni zona poi deve trovare soluzioni localizzate. Mi piacerebbe però, su quest’argomento, vedere i produttori andare insieme nella stessa direzione.

Il passo fatto da SOStain è quindi un input importante per il mondo vinicolo italiano, che potrebbe iniziare a legare la propria immagine all’impegno ambientale. Ed inoltre la sostenibilità del vino può far bene anche al marketing, oltre che all’ambiente.

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